Il rischio per la tutela della libertà dei cittadini nel "permanente stato d'eccezione" della Pandemia.

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Ginevra Cerrina Feroni - Vice Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali - sulle pagine de "il Dubbio" (17.12.2020), ci regala, a parere dello scrivente, una delle più memorabili riflessioni sull'equilibrio fra sicurezza e libertà in considerazione del particolare momento storico di emergenza sanitaria che stiamo vivendo e nella consapevole «normalizzazione dell'emergenza» che sovrasta le nostre vite. Alla luce dell'emergenza Covid 19, ci troviamo di fronte a torsioni interne dell'ordine politico- istituzionale: la sicurezza qui non si contrappone all'uso del potere, ma è essa stessa elevata a strumento del potere. Il conferimento di un valore preminente alla sicurezza, oltre che a potenziare pericolosamente il ruolo del potere esecutivo a tutto scapito del Parlamento, ha l'effetto di sacrificare inutilmente le fondamentali libertà dell'uomo, essendo del tutto illusoria, nella "società globalizzata del rischio", la ricerca della sicurezza assoluta dei rapporti sociali. Quello che segue è una sintesi dei pensieri espressi su "Il Dubbio" dal Vice Presidente dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali di cui ci si augura di averne colto il senso e l'essenza. Buona lettura. Giuseppe Palmiotto 

Il rapporto tra diritti e sicurezza non può essere inteso come un rapporto negoziabile.

La scelta di uno dei due diritti a vantaggio dell'altro è una falsa scelta, poiché la sicurezza non è un fine in sé, ma piuttosto uno strumento per accrescere le libertà. Non esiste infatti una sicurezza attenuata, poiché la sicurezza bilanciata è una "non sicurezza". La soluzione pro- sicurezza viene sovente diluita con l'affermazione del carattere transeunte delle misure emergenziali adottate, ma la transitorietà è solo apparente poiché è innegabile la tendenza da parte degli Stati a rendere permanenti le misure restrittive dei diritti, pur se, ab origine, previste come temporanee. Si tratta della cosiddetta «normalizzazione dell'emergenza» (Giuseppe de Vergottini).  Non dunque più regole da applicarsi a episodi circoscritti e a situazioni di emergenza localizzate nello spazio e nel tempo, ma regole di carattere generale da applicarsi ad una emergenza stabilizzata che è funzionale alla attenuazione della vis riduttiva delle garanzie.

Si tratterebbe cioè di una terminologia di "stile" per non dire con chiarezza come stanno realmente le cose.

È curioso constatare che quanto maggiore è diventata la sensibilità per i temi dei diritti come la tutela della privacy intesa come protezione dei dati personali, tanto più questi diritti sono oggi sotto attacco. Eppure, basterebbe poco per mitigare i rischi indotti dai continui attacchi sferrati ai sacri principi del costituzionalismo. Basterebbe operare il principio di proporzionalità con la conseguenza che la garanzia dei principi dello Stato costituzionale finirebbe per concentrarsi sulla consistenza ed efficacia dei controlli affidati alle giurisdizioni, come pure sui controlli che, su altro piano, dovrebbero esercitare le rappresentanze politiche parlamentari.

Alla luce dell'emergenza Covid 19 che stiamo vivendo, ci troviamo di fronte a torsioni interne dell'ordine politico- istituzionale: la sicurezza qui non si contrappone all'uso del potere, ma è essa stessa elevata a strumento del potere. Sono infatti tornate in auge parole come "sicurezza nazionale", come pure fanno capolino parole desuete, che evocano condizioni esistenziali di tragiche pagine della nostra storia: "coprifuoco", "isolamento", "confino", sorveglianza dell'informazione, controlli dell'autorità anche nella dimensione più intima e privata delle persone.

Eppure ci eravamo abituati a sentire che il conferimento di un valore preminente alla sicurezza, oltre che a potenziare pericolosamente il ruolo del potere esecutivo a tutto scapito del Parlamento, avrebbe avuto l'effetto di sacrificare inutilmente le fondamentali libertà dell'uomo, essendo del tutto illusoria, nella "società globalizzata del rischio", la ricerca della sicurezza assoluta dei rapporti sociali.  Ed ora dove sono finiti i "sacerdoti" delle teoriche/ retoriche dei diritti fondamentali a tutti i costi? Davvero un paradosso, un capovolgimento totale di prospettiva, una vera e propria nemesi. Ovvero i tradizionali "negazionisti" della sicurezza nazionale – in quanto concetto "autoritario- reazionario" e il cui perseguimento violerebbe le libertà democratiche – che invocano oggi, in relazione alla pandemia, la sicurezza in chiave sanitaria quale bene giuridico supremo che può, invece, sovrastare tutte le altre libertà democratiche. Insomma, una formidabile leva di potere a servizio del pensiero unico. E, al contrario, i sostenitori delle libertà democratiche che, per paradossi della storia, sarebbero diventati dei pericolosi "negazionisti" nemici della sicurezza.

Ora occorre concentrare il focus sulla circostanza che le legislazioni limitative dei diritti a causa di "emergenza" sono, purtroppo, destinate a cronicizzarsi e che, di conseguenza, la garanzia dei principi dello Stato di diritto deve utilmente concentrarsi, soprattutto, sulla consistenza ed efficacia dei controlli sul piano politico da parte delle rappresentanze parlamentari.

A fronte di questi fatti così nuovi e a quest'inedita concentrazione di nuovo potere, si staglia una sconcertante debolezza della funzione parlamentare: passiva sia quanto a investitura dell'Esecutivo a provvedere, sia quanto a controllo successivo. Il punto è però che la crisi del Parlamento è divenuta uno dei nodi cruciali del costituzionalismo contemporaneo, ma per l'Italia, molto più che per altre forme di governo, ha assunto tratti quasi drammatici.

Come recuperare il giusto ruolo del Parlamento rispetto all'operato del Governo, specie in condizioni emergenziali?

In che modo rendere effettivo il controllo sull'operato politico e normativo del Governo, funzione essenziale e ineliminabile in un sistema democratico, per di più di tipo parlamentare come il nostro? Come impedire lo svilimento del ruolo propulsivo e di proposta degli organi parlamentari a fronte di una tendenza sempre più pervasiva di sostituzione della politica da parte di apparati di task forces "tecniche", ma con investitura ad alta intensità politica, che dettano, a tutt'oggi, le linee "politiche" anche per il dopo- Covid? È questo il vero cuore pulsante del rapporto tra sicurezza e libertà nelle democrazie contemporanee. Quantomeno nella nostra.

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